Titolo : Romanzo Russo – Autore : Alessandro Barbero – Editore : Sellerio Editore – pagine: 681 – prezzo 19,00 – Data di pubblicazione 5 Novembre 2024
Trama
Chi si ricorda oggi che cos’era la Russia di Gorbačëv?
Gli anni della glasnost, dell’apertura degli archivi, della memoria che riaffiora dopo decenni di rimozione forzata. Un’Unione Sovietica ancora formalmente unita, dove convivevano popoli diversi e dove, sotto la superficie dell’ideologia, fermentavano affarismo, nazionalismi, integralismi e paure.
In questo contesto Alessandro Barbero intreccia tre vicende apparentemente autonome:
Tanja, giovane storica impegnata in una tesi su un tema fino a poco prima proibito;
Nazar Kallistratovič, giudice alle prese con indagini sempre più violente, nel tentativo di non perdere la propria umanità;
Mark Kaufman, attore ossessionato da un romanzo sullo sterminio degli ebrei di Odessa.
Le tre traiettorie si muovono tra Mosca e altre città sovietiche dal 1987 al 1991, fino a convergere in un disegno più ampio che racconta la fine ambigua e inquietante dell’URSS. Barbero costruisce il romanzo come un affresco storico, ricco di dettagli quotidiani, atmosfere e riferimenti letterari che guardano esplicitamente alla grande tradizione russa, da Gogol’ a Bulgakov, lasciando sullo sfondo l’eco dei “futuri supplizi” evocati dal poeta Mandel’štam.

Recensione
Romanzo russo ha rappresentato il mio secondo tentativo di leggere un’opera di finzione di Alessandro Barbero. E purtroppo anche quello definitivo.
La conclusione è amara ma chiara: lo storico straordinario che ammiriamo come divulgatore ha un problema serio con il romanzo.
Le 681 pagine vengono portate a termine solo per forza di volontà. Non per curiosità, non per coinvolgimento, non per urgenza narrativa. È una lettura faticosa, che più che avvicinare alla narrativa storica, rischia di allontanare dal genere.
Una struttura che non regge il peso
Il romanzo si muove lungo tre linee narrative parallele — il giudice, l’attore, la ricercatrice — ma il problema non è la complessità: è l’assenza di una vera tensione narrativa.
Le storie procedono, si accumulano, si osservano a distanza, ma non trovano mai un vero punto di fusione emotiva. Il lettore resta in attesa di un nodo che non arriva, di un collante che giustifichi una mole così imponente di pagine.
Il risultato è una sensazione costante di dispersione: capitoli che informano, descrivono, contestualizzano, ma raramente coinvolgono.

Il paradosso Barbero
Il vero paradosso di Romanzo russo è tutto qui: la precisione dello storico soffoca la libertà del narratore.
Barbero sa tutto, vede tutto, spiega tutto. Ma il romanzo, per funzionare, dovrebbe anche tacere, rischiare, sbilanciarsi, lasciare spazio al non detto.
Il riferimento ai grandi romanzi russi è dichiarato, ma laddove Dostoevskij, Tolstoj o Bulgakov bruciavano di tormento, ambiguità e febbre morale, qui resta una prosa fredda, controllata, didascalica. Più vicina a una lezione universitaria molto ben scritta che a un’opera di finzione viva.
Un’occasione mancata
Romanzo russo è un libro colto, documentato, ambizioso. Ma è anche un esercizio di stile che non si trasforma mai in esperienza emotiva.
Si ammira lo sforzo, si riconosce la competenza, ma manca ciò che rende un romanzo memorabile: la necessità.
Alla fine resta la sensazione di aver letto un’opera che vuole essere grande, ma che non riesce a diventarlo davvero.
Conclusione
Un romanzo sfilacciato, freddo, privo di forza viscerale.
Un regalo di Natale trasformato in un esercizio di resistenza.
Se l’obiettivo era scrivere un “romanzo russo”, il risultato è un’imitazione colta ma senz’anima, che stanca invece di appassionare.
Barbero resta un grande storico.
Ma la narrativa, almeno qui, non è casa sua.
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