Pluribus è creata da Vince Gilligan, celebre autore di Breaking Bad e Better Call Saul. La prima stagione di Pluribus è composta da 9 episodi, distribuiti settimanalmente su Apple TV+ dal 7 novembre al 26 dicembre 2025. Cast artistico: Rhea Seehorn, Karolina Wydra, Carlos-Manuel Vesga, Miriam Shor, Samba Schutte.
Trama:
In un futuro prossimo, un virus alieno trasmesso attraverso una sequenza di RNA collega la popolazione mondiale in una coscienza collettiva di felicità e conformità nota come the Joining. Solo una manciata di persone — tra cui la scrittrice di romanzi rosa Carol Sturka — rimane immune e vive isolata. Carol deve confrontarsi con l’utopia inquietante di un mondo senza conflitti e senza individualità, scegliendo se resistere, capire o ribellarsi.

Recensione:
Pluribus non si guarda. Si entra. E si rimane
Non si guarda Pluribus.
Si entra.
E poi si rimane.
Apple TV+ l’ha presentata come una serie, ma Pluribus è in realtà una forma di ritiro prolungato, un noviziato emotivo che si consuma episodio dopo episodio. Non c’è binge che tenga: ogni puntata chiede tempo, sedimentazione, una disponibilità rara.
È una storia di monachesimo moderno.
I suoi personaggi non scappano nel deserto, ma nel cuore stesso del sistema che li ha stancati. Non prendono voti, ma praticano una sottrazione costante: parole in meno, relazioni in meno, rumore in meno. È la disciplina dell’assenza, il voto non dichiarato di restare fedeli a qualcosa che non sanno nemmeno più nominare.
Pluribus non ti intrattiene: ti spoglia.
Ti porta in luoghi dove non succede quasi nulla, e proprio lì fa accadere tutto. Ogni episodio è una cella monastica contemporanea, costruita non con pietra e silenzio, ma con stanze asettiche, luci fredde, gesti ripetuti, corpi che imparano a non chiedere più attenzione.
Lo spettatore pagante qui non compra una trama, ma una regola.
La regola di rallentare.
Di non pretendere svolte.
Di accettare che il senso emerga per accumulo, come la preghiera che nasce dalla ripetizione.

Guardando Pluribus, ti accorgi che il vero tema non è l’identità, non è il controllo, non è nemmeno il mistero.
È la rinuncia.
La rinuncia a essere continuamente stimolati, compresi, rassicurati.
E quando spegni l’ultimo episodio, non ti senti sazio.
Ti senti leggermente più vuoto.
Ma è un vuoto buono. Uno spazio interiore che non sapevi più di avere.
Questa serie non ti cambia la sera.
Ti cambia il ritmo.
E questo, oggi, è l’atto più radicale che un’opera possa permettersi.























