Lavoreremo da Grandi è un film del 2026 diretto da Antonio Albanese – Sceneggiatura: Antonio Albanese, Piero Guerrera .
Cast Artistico: Antonio Albanese (Umberto) – Giuseppe Battiston (Beppe) – Nicola Rignanese (Gigi) –Niccolò Ferrero (Toni)- Francesco Brandi (Mathias )
Trama
In una città della pianura padana, tre amici di lunga data — Umberto, Beppe e Gigi — si ritrovano per un evento cruciale: l’uscita dal carcere di Toni, il figlio di Umberto, arrestato per frode fiscale.
Sono uomini segnati dal fallimento. Umberto è un musicista che ha dissipato l’azienda edile del padre, Gigi è un disoccupato cronico appena diseredato da una zia mai troppo amata, Beppe vive ancora sotto l’ombra ingombrante di una madre soffocante.
Una serata di festeggiamenti, complice l’alcol, degenera in un incidente stradale. Convinti di aver ucciso un uomo, Mathias, i quattro fuggono nel panico e si rifugiano a casa di Umberto.
Inizia così una notte surreale, fatta di colpi di scena e bugie maldestre, in cui l’incapacità di affrontare la realtà emerge in tutta la sua tragica ironia.

Recensione
Il prologo degli sconfitti
Lavoreremo da grandi è un affresco malinconico della provincia italiana, osservata con uno sguardo che non cerca mai il folklore.
Dopo il recente interesse cinematografico per questi territori (basti pensare a Città di pianure), il film di Albanese raccoglie idealmente il testimone, tornando a raccontare luoghi che conosce bene e che continua a sentire suoi.
Il titolo è una dichiarazione programmatica: riprende una celebre battuta dello stesso Albanese di quarant’anni fa — «forse a quarant’anni è il caso che inizi a pensare di lavorare» — e la trasforma nel manifesto di una generazione che ha fatto dell’attesa una forma di vita.
Qui il lavoro non è un obiettivo, ma un’idea astratta, sempre rimandata.
Il cast e il controcanto femminile
Il cast è solido, compatto, affidabile.
Il trio Albanese–Battiston–Rignanese funziona con naturalezza, garantendo una chimica che non ha bisogno di spiegarsi. La vera sorpresa è però Niccolò Ferrero, che porta sullo schermo un personaggio credibile, mai sopra le righe, perfettamente inserito nel meccanismo narrativo.
Nota di merito per Francesco Brandi, bravissimo nel ruolo di Mathias — il morto che forse non è morto — autentico perno drammaturgico della storia.
Interessante il ruolo dei personaggi femminili: a differenza degli uomini, eternamente bloccati in un’adolescenza fuori tempo massimo, le donne appaiono risolute, concrete, spesso più lucide.
Un controcanto necessario a questa sgangherata “ingegneria sociale” maschile, fatta di rinvii, paure e autoassoluzioni.

Un ritmo indie ed un gusto agrodolce
Lo stile è quello di un indie all’italiana: ritmo lento, quasi ostinato, soprattutto nella prima parte, che chiede allo spettatore uno sforzo di sintonizzazione.
Non è una commedia di battute facili né di gag immediate. È un film d’atmosfera, mai volgare, che usa l’incidente come detonatore emotivo per mettere a nudo la fragilità di uomini “grandi” solo all’anagrafe.
Albanese percorre sentieri narrativi già battuti nel suo cinema, senza però spingersi davvero oltre. Il risultato è un film coerente, sentito, ma anche prevedibile nei suoi snodi.
Lavoreremo da grandi parla a chi ama la provincia, le sue sospensioni, le sue maschere umane che sembrano teatrali ma rappresentano, con inquietante precisione, una parte profonda dell’Italia


























