La Scomparsa di Josef Mengele è un film del 2025 diretto da Kirill SEREBRENNIKOV, con : August Diehl, Burghart Klaußner, Dana Herfurth, Carlos Kaspar, Heinz K. Krattiger, Ramiro Lucci, Rodrigo Costa Pereyra, Santino Lucci.
Trama:
La Scomparsa di Josef Mengele racconta gli anni di latitanza del famigerato medico nazista Josef Mengele (August Diehl), passato alla storia come “l’Angelo della Morte” per gli esperimenti condotti nel campo di concentramento di Auschwitz.
Dopo la caduta del Terzo Reich e il suicidio di Hitler, Mengele riesce a fuggire dall’Europa e a rifugiarsi in Sud America. Tra Paraguay e Brasile, vive per decenni nell’ombra, protetto da reti di ex nazisti, connivenze locali e dal proprio talento mimetico. Il film sceglie una prospettiva radicale: tutto è raccontato dal punto di vista di Mengele stesso, seguendone la quotidianità, le ossessioni, la paranoia costante di essere scoperto. Emerge il ritratto di un uomo freddo, lucido, convinto fino alla fine della legittimità del proprio operato. Un criminale che non si pente, ma si adatta, sopravvive e invecchia, fino alla morte avvenuta in Brasile nel 1979. Un viaggio nella banalità del male che continua a respirare, anche lontano dalla Storia ufficiale.

Recensione
Visto al Festival di Cannes 2025, nella sezione Cannes Premiere, La scomparsa di Josef Mengele conferma Kirill Serebrennikov come autore di immagini potenti e scelte radicali, ma anche come regista sempre più attratto dall’estetica del controllo, a volte a scapito dell’urgenza emotiva.
Tratto dal romanzo di Olivier Guez, il film ambisce a raccontare il lento declino di uno dei più grandi criminali del Novecento. Ma invece di affondare davvero nella materia incandescente del suo protagonista, preferisce osservarlo da una distanza elegante, quasi compiaciuta. Il risultato è un’opera raffinata, spesso affascinante, ma sorprendentemente fredda.
Cosa non funziona
Il primo limite è l’eccesso di formalismo. La regia è impeccabile, ogni inquadratura sembra pensata per “significare”, ma questa ossessione per la forma finisce per creare una barriera emotiva. Il male resta in vetrina, osservato ma mai davvero attraversato.
Il ritmo è irregolare: la fuga di Mengele procede per accumulo di situazioni simili, con una ripetitività che smorza la tensione narrativa. La paranoia c’è, ma non cresce mai davvero. Anche sul piano psicologico, nonostante l’intensità di August Diehl, il personaggio resta sorprendentemente piatto: un mostro coerente, sì, ma senza vere crepe.

Cosa si salva
Diehl è magnetico e inquietante, e da solo regge gran parte del film. Inoltre, il valore del progetto resta indiscutibile: riportare l’attenzione su una pagina rimossa della storia europea è un atto necessario, soprattutto oggi.
Ma il cinema, soprattutto quando guarda in faccia l’orrore, deve anche rischiare. Qui Serebrennikov sembra più interessato a controllare il racconto che a lasciarlo esplodere.
La scomparsa di Josef Mengele è un film importante, ma non decisivo. Elegante, colto, irrisolto. E forse troppo rispettoso del proprio stesso sguardo.





























