Good Luck, Have Fun, Don’t Die è un film del 2026 diretto da Gore Verbinski, con sceneggiatura di Matthew Robinson, e interpretato da Sam Rockwell, Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz, Juno Temple e Dino Fetscher.
Biglietto:😍 Biglietto: Sempre (vuoi sapere di più sul funzionamento? leggi la legenda)
Trama
Una notte oscura. Un diner affollato. Un uomo (Sam Rockwell) armato di detonatore irrompe nel locale proclamando di venire dal futuro. È la 117ª volta che torna con lo stesso imperativo. Prima che il tempo scada, deve reclutare un gruppo di avventori del tutto improbabili e palesemente impreparati — Ingrid (Haley Lu Richardson), Mark (Michael Peña), Janet (Zazie Beetz), Asim Chaudhry e Susan (Juno Temple) — per fermare l’imminente apocalisse dell’intelligenza artificiale e salvare l’umanità dai pericoli dei social media. Il problema? Tutto gioca contro di loro: dagli sconosciuti scettici agli adolescenti con il cervello consumato dagli algoritmi, fino a mostruosità digitali fuori controllo. Eppure, se questo improbabile gruppo riuscirà nell’impresa, forse il mondo potrebbe ancora salvarsi… oppure no, chi lo sa.

Recensione
Siamo arrivati al punto di rottura con i social network? L’intelligenza artificiale rischia davvero di diventare un’entità autonoma capace di condizionarci fino a renderci schiavi? Gli indizi ci sono tutti, purtroppo. Basta guardarsi intorno per vedere come troppe persone ormai preferiscano vivere e relazionarsi nella realtà virtuale piuttosto che in quella di carne e ossa.
Una risposta a questi quesiti ce la fornisce, in modo ironico e dissacrante ma con la forza di un monito, Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski.
La sceneggiatura di Matthew Robinson si ispira alla saga di Terminator come punto di partenza per una storia grottesca, folle e volutamente caotica, che punta a sottolineare il pericoloso declino a cui l’umanità sta andando incontro. Cosa succederebbe se un uomo del futuro apparisse in una tavola calda annunciando che il mondo è perduto, dominato dall’IA? Quanti di noi sarebbero pronti a credergli?
L’uomo del futuro, interpretato da un carismatico e straripante Sam Rockwell, sta ripetendo da centinaia di volte questo viaggio nel tempo, nella stessa notte e nello stesso locale, cercando inutilmente di assolvere alla sua missione. Ma stavolta qualcosa di diverso accade. Più o meno volontariamente, accettano di seguirlo Mark, Janet, Ingrid, Susan, la cameriera del locale e un autista Uber. La lotta contro il tempo inizia con una compagnia eterogenea, e nel corso della notte scopriremo le rispettive storie.
Mark e Janet sono due insegnanti di liceo. Il primo è ancora ingenuamente convinto della missione nobile dell’insegnamento e non accetta la dipendenza degli studenti dallo smartphone. Janet è invece una vicepreside disincantata che lo invita a non sfidare il quieto vivere. Ma quando Mark, esasperato, sequestra lo smartphone di uno studente, non immagina che quel gesto scatenerà la reazione collettiva della classe, alla stregua di zombi.
Susan ha perso l’unico figlio in una delle tragiche sparatorie scolastiche. Un’organizzazione sostenuta dal governo le propone la clonazione del figlio, e la donna si ritrova a partecipare a riunioni con altri genitori che hanno già usufruito del servizio.

Infine, Ingrid: fin da bambina le è stata diagnosticata una rara malattia — è allergica a qualsiasi forma di tecnologia. Una condizione che l’ha tenuta fuori dai social, fuori dagli algoritmi, fuori dal mondo che ha divorato tutti gli altri. La sua figura diventerà decisiva nel finale, ma già nel corso della notte qualcosa emerge: l’uomo del futuro racconta come è diventato ingegnere e combattente contro l’IA, e come è rimasto orfano per un gesto involontario — da ragazzo, spinto dalla curiosità, azionò un simulatore, e quel gesto fece scattare un drone che silurò la capanna dove si trovava sua madre. Un passato che pesa, e che illumina in modo diverso tutto ciò che accade intorno a lui quella notte.
Come in ogni corsa contro il tempo, non tutti arrivano alla fine. Alcuni si sacrificano lungo la strada, caduti necessari di una missione più grande di loro.
Gore Verbinski compie un gran lavoro nel tenere insieme l’elemento ludico e quello più profondo, trovando un equilibrio estetico e tecnico complessivamente convincente. Le due ore e venti si sentono un po’ nella parte centrale, ma il ritmo è funzionale e costante, calibrato verso un climax che ripaga l’attesa. Good Luck, Have Fun, Don’t Die non si prende mai davvero sul serio, eppure conquista e avvolge lo spettatore in una folle avventura in cui la posta in gioco è il nostro futuro.
Siamo ancora in tempo per correggere il tiro e riappropiarci del nostro destino? È questa, in ultima analisi, la domanda che ci pone il film. Lo spettatore dovrebbe sfidare il caldo di questo inizio estate per andare a vederlo — e magari riflettere se sia il caso di ridurre, o interrompere, la propria dipendenza dalla tecnologia. Perché il futuro è già arrivato, purtroppo. E prima che sia impossibile uscire dal loop, l’unica cosa necessaria è svegliarsi.




























