Franco Battiato. Il Lungo Viaggio è un film del 2026 diretto da Renato De Maria, sceneggiatura di Monica Rametta, con : Dario Aita, Simona Malato, Elena Radonicich.

Cinema
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Trama:

Franco Battiato nasce in Sicilia, in un paesaggio dominato dal sole, dal mare e dall’Etna. È un bambino solitario, profondamente legato alla madre Grazia (Simona Malato), con cui costruisce un rapporto esclusivo, mentre il rapporto con il padre è segnato da distanza e incomprensioni. Fin da giovane manifesta una curiosità inquieta e un’attrazione precoce per la musica, vissuta come strumento di esplorazione e di fuga.

Negli anni Settanta si trasferisce a Milano, dove entra in contatto con la scena culturale e artistica più viva del periodo. Qui conosce Fleur Jaeggy (Elena Radonicich), figura centrale nel suo percorso umano e creativo, prima di una serie di incontri decisivi per la sua formazione artistica e spirituale.

Dopo una fase iniziale di sperimentazione radicale, Battiato si avvicina alla musica popolare, firmando brani di grande successo e contribuendo al lancio di voci come Alice e Giuni Russo. Parallelamente attraversa una crisi esistenziale profonda, che lo conduce verso un percorso interiore ispirato agli insegnamenti di Gurdjieff e a una ricerca spirituale sempre più radicale. La consacrazione arriva con La Voce del Padrone e con collaborazioni prestigiose, ma il successo non placa la sua tensione verso un altrove. La Sicilia rimane per tutta la vita il suo rifugio e il suo punto di ritorno. La musica e l’esistenza di Battiato si configurano come un viaggio continuo tra arte, introspezione e spiritualità.

 

Recensione

Appunti su un’impossibilità raccontata

Franco Battiato. Il lungo viaggio 

Fare un film su qualcuno che dichiarava di voler combattere per fermare la latinizzazione della lingua araba significa, fin dall’inizio, misurarsi con un oggetto resistente. Resistente alla narrazione lineare, alla semplificazione biografica, alla riduzione per temi. Raccontare Franco Battiato implica confrontarsi con un pensiero che ha sempre lavorato contro le sintesi, contro le appartenenze nette, contro l’idea stessa di un’identità stabile.

In questo senso Battiato. Il lungo viaggio sceglie una strada comprensibile ma problematica: quella del racconto complessivo. Una traiettoria ordinata, cronologica, apparentemente esaustiva, che finisce per assumere la forma del compendio. Non tanto per ciò che sbaglia — l’elenco delle omissioni sarebbe poco produttivo — quanto per ciò che sacrifica strutturalmente: la profondità in favore della continuità, l’asimmetria in favore della completezza.

Il limite è prima di tutto metodologico. Raccontare Battiato “per intero” non è solo difficile: è probabilmente un errore di impostazione. La sua opera e il suo pensiero avrebbero richiesto una scelta drastica, parziale, dichiaratamente incompleta. Un periodo, un’opera, una tensione specifica da attraversare fino in fondo. Il film, invece, procede per accumulo, producendo un effetto di scorrevolezza che raramente si traduce in reale comprensione.

A questo si aggiunge una scelta stilistica ormai frequente nei biopic contemporanei: affidare agli attori il compito di ricantare le canzoni. In un caso come questo, la decisione risulta particolarmente fragile. La voce di Battiato non è un semplice strumento espressivo, ma una componente strutturale del suo pensiero musicale. Sostituirla significa alterare la sostanza, non solo la forma. Qui la filologia non è una postura nostalgica, ma una necessità critica.

Lo sbilanciamento più evidente emerge però sul piano spirituale. Il film insiste — legittimamente, perché il dato è reale — sull’emozione di Battiato nel cantare davanti a Giovanni Paolo II. Ma, in assenza di un adeguato controcampo, questo episodio finisce per orientare l’intero racconto verso una lettura conciliata, quasi pacificata, del suo rapporto con il sacro.

La mancata problematizzazione della Messa Arcaica — che non utilizza il Credo della liturgia cattolica e si colloca consapevolmente fuori dall’ortodossia confessionale — priva il film di un elemento decisivo di tensione. Ne risulta un’immagine spiritualmente addomesticata, che riduce una ricerca complessa a una dimensione emotiva e compatibile.

Ancora più significativa è l’assenza del rapporto con l’Islam, che non rappresenta un dettaglio biografico ma una chiave strutturale del pensiero di Battiato. Senza il riferimento al mondo arabo, al sufismo, a un’idea di sacro non occidentale e non confessionale, la sua ricerca viene ricondotta entro coordinate culturali più rassicuranti, ma anche più povere.

In questo quadro pesa anche la mancata citazione di L’Egitto prima delle sabbie, che Battiato stesso indicava come l’opera destinata a sopravvivere nel tempo lungo. Non è un’omissione neutra: quell’opera segna l’uscita definitiva dalla forma-canzone come orizzonte e l’ingresso in una dimensione in cui tempo, storia e metafisica diventano materia sonora. Allo stesso modo, l’assenza di qualsiasi riferimento al concerto di Baghdad elimina uno dei momenti in cui arte, politica e spiritualità si sono saldate in un gesto concreto.

Paradossalmente, i passaggi più riusciti del film sono quelli in cui il racconto si ritrae. Le immagini dell’Etna innevata funzionano proprio perché non vengono spiegate, né caricate di significato esplicito. In quei momenti il film sembra intuire, per sottrazione, qualcosa di essenziale: che Battiato resiste al discorso, e che forse andrebbe lasciato, almeno in parte, nel silenzio.

Gli applausi in sala indicano che il film trova il suo pubblico. Ma il consenso emotivo non coincide necessariamente con l’aderenza critica. Con una figura come Battiato, il rischio maggiore non è l’incomprensione, bensì la semplificazione. Il lungo viaggio sceglie una via accessibile e ordinata, ma rinuncia a confrontarsi davvero con ciò che rendeva quel viaggio, appunto, irriducibile.

RASSEGNA PANORAMICA
complessivo
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