Con Che Dio perdona a tutti (dal suo omonimo romanzo del 2018), Pif (all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto) torna a raccontare l’Italia, o meglio la sua Sicilia, con il suo sguardo disincantato e ironico, capace di mescolare leggerezza e riflessione. Al suo fianco, Giusy Buscemi, presenza delicata ma incisiva, che contribuisce a dare profondità emotiva alla storia. Il risultato è un film che si muove tra commedia romantica atipica e dramma, interrogandosi su colpa, responsabilità e possibilità di redenzione.
Trama
...che Dio perdona a tuttisegue la vicenda di Arturo, interpretato da Pif, un uomo felicemente scapolo che lavora come agente immobiliare e che ha impostato la propria esistenza su una sostanziale resistenza al cambiamento. La sua quotidianità è scandita da abitudini consolidate, tra cui le partite di calcetto con gli amici e una forte passione per i dolci, in particolare quelli alla ricotta. È proprio in questo contesto che Arturo incontra Flora, figlia del proprietario della pasticceria più famosa di Palermo, interpretata da Giusy Buscemi. Flora si distingue per intelligenza, intraprendenza e una profonda adesione alla fede cattolica, elemento che sembra essere l’unica evidente differenza tra i due.
Recensione
…che Dio perdona a tutti parte da una domanda semplice ma destabilizzante: cosa succederebbe se qualcuno prendesse davvero alla lettera il Vangelo? Il protagonista Arturo (lo stesso Pif) non è un eroe, né un ribelle: è un uomo qualunque, pigro nelle convinzioni e molto più devoto ai dolci che alla spiritualità. Quando incontra Flora (Giusy Buscemi), profondamente credente, decide di cambiare, ma lo fa nel modo più radicale possibile: applicando alla lettera i principi cristiani. Ed è lì che la commedia diventa qualcosa di più interessante.
Pif costruisce una storia che oscilla continuamente tra ironia e disagio. La forza del film sta proprio in questo squilibrio. Non è una commedia romantica classica, anche se ne usa le strutture. Non è neanche una satira pura. È piuttosto una favola morale contemporanea, ambientata in una Sicilia quotidiana, fatta di pasticcerie, calcetto e piccole ipocrisie sociali. Giusy Buscemi funziona molto bene come contrappeso: il suo personaggio non è una caricatura della fede, ma una presenza concreta, credibile, che costringe Arturo (e noi) a fare i conti con qualcosa di più serio.
Rispetto ai lavori precedenti di Pif, qui c’è meno componente politica esplicita e più riflessione esistenziale. Il film è più tradizionale nella forma, ma anche più diretto nel colpire: meno “denuncia”, più domanda aperta. Non tutto è perfetto — a tratti il ritmo si perde e alcune situazioni vengono reiterate — ma resta una sensazione forte: quella di aver visto una storia che, sotto la leggerezza, ti giudica senza alzare la voce.