Quando si pronuncia il nome Anaconda, la memoria corre inevitabilmente agli anni Novanta, a un cinema di puro intrattenimento fatto di giungle ostili, creature fuori scala e personaggi sopra le righe. Nel 2026, Anaconda torna sul grande schermo con un’operazione diversa e sorprendentemente consapevole: non un semplice revival, ma una riscrittura ironica del mito, capace di mescolare avventura, commedia e una sottile riflessione sull’ossessione moderna per i remake. Al cinema dal 5 febbraio 2026

Trama

La storia segue un gruppo di amici quarantenni, un tempo inseparabili e oggi dispersi in vite mediocri e insoddisfacenti. Uniti da un ricordo comune — la passione adolescenziale per un vecchio film d’avventura ambientato nella giungla — decidono di ritrovarsi per un progetto folle: tornare in Amazzonia e girare un film indipendente che renda omaggio a quell’opera che li aveva fatti sognare. Quello che nasce come un viaggio nostalgico e un po’ ridicolo si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più serio. Le riprese diventano una fuga, l’amicizia viene messa alla prova e l’idea romantica del cinema come rifugio si scontra con una natura che non conosce copioni.

Recensione

Anaconda è un film che vive di contrasti. Da un lato abbraccia la comicità, fatta di dialoghi brillanti e situazioni volutamente grottesche; dall’altro non rinuncia a momenti di tensione autentica, in cui il pericolo è reale e la minaccia del serpente torna a essere centrale. Questo equilibrio instabile è anche il suo principale punto di forza e, al tempo stesso, il suo limite.

Il film funziona soprattutto quando riflette su sé stesso: sulla crisi creativa, sulla paura di invecchiare, sull’idea di rincorrere un passato che forse non può essere ricreato. Meno efficace, invece, quando cerca di forzare la mano sul versante dell’azione pura, dove alcune soluzioni narrative risultano prevedibili. Il cast sostiene bene l’operazione, puntando più sulla chimica di gruppo che sull’eroismo individuale, mentre la regia preferisce un tono leggero, quasi scanzonato, anche nei momenti più pericolosi.

Anaconda non è il film che rilancia il monster movie in senso classico, né quello che riscrive definitivamente il genere. È piuttosto un’opera ibrida, consapevole e imperfetta, che usa il serpente come metafora. Il risultato è un film che gioca con il proprio passato senza rinnegarlo, strizzando l’occhio allo spettatore e accettando, con una certa disinvoltura, di non prendersi mai del tutto sul serio.

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Federica Rizzo
Campana doc, Internauta curiosa e disperata, appassionata di cinema e serie tv, pallavolista in pensione. Mi auguro sempre di fare con passione ciò che amo e di amare follemente ciò che faccio.
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