Titolo : L’Idiota di Famiglia – Autore : Dario Ferrari –  Editore: Sellerio – Data di Pubblicazione : 17 Febbraio 2026 – pagine : 517 – prezzo : 18,00

Libri
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Trama

Igor ha appena superato i quarant’anni, vive a Roma con la fidanzata Marta e un gatto, e si guadagna da vivere con le parole. Fa il traduttore: le sue giornate scorrono tra testi spesso trascurabili, quando non impresentabili, fatta eccezione per il “sommo” Badwalds – «che il Signore me lo preservi» –, autore di culto di cui è diventato, quasi per caso, la voce italiana.

Marta, invece, dopo una cocente delusione accademica, si è reinventata saggista femminista e sta conquistando spazio nel panorama editoriale.

La routine di Igor viene però sconvolta da un messaggio della sorella Ester: il padre sta perdendo lucidità. La demenza senile avanza inesorabile, trasformando Franco Nieri – un tempo severo teorico post-marxista, soprannominato Herr Professor – in un uomo fragile, fatto ormai di balbettii e ricordi.

Costretto a tornare a Viareggio, Igor si confronta con la crisi familiare e con il peso di un passato mai davvero risolto, tra ambizioni mancate, tensioni irrisolte e una difficile eredità affettiva.

Recensione

Tre anni fa, come molti lettori, sono rimasto colpito dall’esordio di Dario Ferrari (La ricreazione è finita) e successivamente dal suo secondo romanzo (La quarta versione di Guida), più vicino al thriller. Un ingresso potente e convincente in un panorama editoriale italiano spesso immobile.

Arrivavo quindi a L’Idiota di famiglia con aspettative molto alte.

Ebbene, devo ammettere una parziale delusione.

Nonostante l’accoglienza positiva di pubblico e critica, faccio fatica a unirmi al coro degli elogi. Il romanzo mi ha restituito l’impressione di un’opera vasta, colta, ma anche disordinata. Ferrari intreccia più temi: l’instabilità emotiva e affettiva di una generazione, il rapporto conflittuale padre-figlio e la dolorosa accettazione della fragilità di un genitore che, nella malattia, perde ogni aura di forza.

Il titolo richiama inevitabilmente Dostoevskij, ma il riferimento più interessante è forse quello flaubertiano. Ed è proprio in questa seconda direzione che Ferrari sembra trovare maggiore ispirazione nella costruzione di Igor: un protagonista diviso tra il ruolo di uomo, compagno e figlio, sempre in bilico, spesso incompleto, costantemente insoddisfatto.

Il padre, Herr Professor, figura un tempo autorevole e ideologicamente solida, si dissolve lentamente nella demenza senile. Igor è così costretto a tornare a Viareggio e a fare i conti non solo con la malattia, ma anche con sé stesso.

Nel frattempo, anche la relazione con Marta appare ormai logorata. L’assenza di un figlio e le traiettorie divergenti dei due hanno scavato una distanza che sembra impossibile da colmare.

La struttura del romanzo si regge su tre assi principali: lavoro, amore e malattia. Igor è un traduttore – forse uno degli ultimi – dopo un tentativo fallito di diventare scrittore. Parallelamente, cerca di ricostruire, attraverso gli appunti confusi del padre, il racconto delle tre giornate rivoluzionarie di Viareggio del 1920.

Ed è qui che iniziano le difficoltà.

Ho faticato a trovare un vero equilibrio nella lettura. Il romanzo appare a tratti prolisso, dispersivo, spesso fuori fuoco. Anche lo stile di Ferrari risulta discontinuo: inizialmente semplice, poi improvvisamente più colto, a tratti intimo, senza però una linea davvero coerente.

Forse il vero idiota è chi scrive questa recensione, incapace di entrare completamente nel mondo narrativo dell’autore. Oppure – più probabilmente – siamo di fronte a un romanzo eccessivamente ambizioso, che fatica a chiudere davvero i propri percorsi narrativi.

L’idiota di famiglia resta comunque un romanzo generazionale e familiare, capace di toccare corde intime: quando un genitore si ammala, ogni figlio è inevitabilmente portato a fare un bilancio del rapporto e della propria vita.

Ma, nel complesso, il risultato è a metà: lungo in alcune parti, abbozzato in altre, privo di un vero climax e di una chiave di lettura definitiva.

A malincuore, per me rappresenta un passo indietro per Dario Ferrari.

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