Presentato in anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il mago del Cremlino segna il ritorno al cinema politico di Olivier Assayas, che firma la regia e l’adattamento dell’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli (QUI puoi leggere la recensione del romanzo). Il film può contare su un cast internazionale di primo piano: Jude Law interpreta il futuro leader russo, mentre Paul Dano veste i panni di Vadim Baranov, lo spin doctor e consigliere nell’ombra protagonista del racconto. Completano il cast Alicia Vikander e Zach Galifianakis, in ruoli chiave all’interno di un mosaico di potere, ambizione e manipolazione. Al cinema dal 12 febbraio 2026.

Trama
Al centro della storia c’è Vadim Baranov, intellettuale disilluso e brillante stratega della comunicazione, che diventa il consigliere ombra dell’uomo destinato a guidare la Russia post-sovietica. Baranov non governa, non firma decreti, non appare in pubblico: il suo potere è altrove, nella narrazione. È lui a costruire il mito, a suggerire le parole giuste, a trasformare la fragilità di un Paese in desiderio di ordine assoluto. Il film segue l’ascesa del leader e, in parallelo, il progressivo isolamento morale di Baranov. Mentre il Cremlino diventa una macchina sempre più efficiente e spietata, il protagonista comprende di aver creato qualcosa che non controlla più.

Recensione
La forza de Il mago del Cremlino sta nel suo tono freddo e magnetico. La regia, sobria, quasi ascetica, evita ogni enfasi spettacolare e sceglie invece la strada dell’ambiguità: nessun personaggio è completamente eroe o villain, perché il vero protagonista è il sistema. La fotografia cupa e controllata accompagna perfettamente una storia in cui tutto è calcolo, persino le emozioni.
Il film riesce in un’operazione complessa: rendere avvincente l’astrazione del potere. Le parole contano più delle armi, le immagini più delle ideologie. In questo senso, Baranov (Paul Dano) è una figura tragicamente contemporanea: colto, ironico, convinto di poter dominare il cinismo senza esserne divorato. Naturalmente, si sbaglia.
Il mago del Cremlino può essere considerato un film politico d’autore, più interessato a interrogare il potere che a raccontarlo in modo spettacolare o didascalico. Non è un’opera pensata per offrire risposte nette o giudizi espliciti, ma per mostrare i meccanismi invisibili attraverso cui il consenso viene costruito e mantenuto. Più che un racconto storico è dunque una riflessione inquieta sul presente, un film che osserva il potere mentre si costruisce e ci invita a riconoscerne i segni prima che diventino normalità.


























