Adattamento cinematografico del romanzo di Maggie O’Farrell, Hamnet non è un biopic su Shakespeare né un classico film in costume: è piuttosto un viaggio intimo, silenzioso e profondamente emotivo dentro una perdita che precede l’arte e, forse, la rende possibile. Il film sceglie di guardare il più grande drammaturgo di tutti i tempi non dalla ribalta, ma dall’interno delle sue stanze, là dove il genio convive con il dolore. Dopo aver vinto il Premio del pubblico a Toronto, il Golden Globe come Miglior Film Drammatico, Hamnet arriva nelle nostre sale a partire da giovedì 5 febbraio 2026.

Trama

L’Inghilterra di fine Cinquecento fa da sfondo alla vita di William Shakespeare, giovane marito e padre, e di Agnes, sua moglie, donna forte e istintiva, legata alla natura e alla dimensione spirituale. La loro esistenza quotidiana viene spezzata dalla morte improvvisa del figlio Hamnet, colpito dalla peste a soli undici anni. Da questo evento traumatico si sviluppa il cuore del racconto: il lutto, vissuto in modo diverso dai due genitori, che si insinua nelle loro vite come un’assenza costante e incolmabile. Il film suggerisce — senza mai dichiararlo apertamente — il legame tra la morte di Hamnet e la nascita di Amleto, come se la tragedia teatrale fosse una risposta indiretta, un modo per parlare con chi non c’è più.

Recensione

Hamnet è un film che richiede attenzione e disponibilità emotiva. Il ritmo è lento, contemplativo, e rifiuta qualsiasi tentazione melodrammatica. La regia predilige i silenzi, gli sguardi, i dettagli: una mano che stringe un tessuto, un volto attraversato dalla luce, il vento che muove l’erba. La natura non è semplice scenografia, ma diventa specchio degli stati d’animo dei personaggi, amplificando il senso di perdita e di ciclicità della vita.

Agnes (Jessie Buckley) è il vero centro emotivo della storia: una figura complessa, potente, che incarna un dolore primordiale, quasi arcaico. La sua sofferenza non è mai gridata, ma costantemente presente, come una ferita aperta che il tempo non riesce a rimarginare. Shakespeare (Paul Mescal), al contrario, è raccontato come un uomo fragile, diviso tra l’urgenza di creare e l’incapacità di confrontarsi apertamente con il lutto.

Hamnet è un film delicato e radicale, un’opera non di semplice lettura che sceglie l’intimità al posto dello spettacolo e l’emozione trattenuta invece dell’enfasi. Non spiega il dolore, non lo giustifica, non lo risolve. Piuttosto, lo osserva, lo accompagna, lo lascia esistere, ricordando che, prima dei grandi capolavori, ci sono sempre vite fragili, amori imperfetti e dolori impossibili da dimenticare.

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Federica Rizzo
Campana doc, Internauta curiosa e disperata, appassionata di cinema e serie tv, pallavolista in pensione. Mi auguro sempre di fare con passione ciò che amo e di amare follemente ciò che faccio.
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