A oltre vent’anni dall’uscita di 28 giorni dopo, il film che ha ridefinito l’horror post-apocalittico europeo, la saga ideata da Danny Boyle e Alex Garland continua a interrogarsi sulle conseguenze a lungo termine di una catastrofe che non ha mai smesso di produrre effetti. Dopo il caos primordiale raccontato nel primo capitolo e il fallimentare tentativo di ricostruzione mostrato in 28 settimane dopo, il recente 28 anni dopo ha segnato un cambio di prospettiva, spostando lo sguardo su una società ormai assestata sulle macerie del passato. È in questa traiettoria che si inserisce 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, sequel diretto che porta alle estreme conseguenze le domande lasciate aperte dai capitoli precedenti: cosa resta dell’umanità quando l’emergenza è finita, ma il trauma è diventato struttura permanente? Al cinema dal 15 gennaio.

Trama
Il film riprende subito dopo il cliffhanger del capitolo precedente, con Spike (Alfie Williams) faccia a faccia con la contorta banda dei Jimmy. Il loro capo, il sadico Sir Lord Jimmy Crystal (Jack O’Connell), dice al ragazzo che potrà unirsi alla sua cerchia ristretta solo se riuscirà ad uccidere un Jimmy. Un riluttante Spike ci riesce e dopo essersi unito alla banda fa la conoscenza di Jimmy Ink (Erin Kellyman) e Jimmima (Emma Laird).

Recensione
Con 28 anni dopo – Il tempio delle ossa la saga compie un passo ulteriore e forse definitivo: abbandona quasi del tutto l’urgenza dell’horror per trasformarsi in una riflessione cupa e stratificata sulla memoria, sul potere e sulla normalizzazione della violenza. La regia sceglie un ritmo più controllato, a tratti volutamente lento, privilegiando l’atmosfera alla spettacolarità. Le scene d’azione sono rare e mai gratuite; quando arrivano, sono secche, brutali, prive di qualsiasi compiacimento. Il vero disagio nasce invece dagli spazi: luoghi spogli, comunità chiuse, ambienti rituali che suggeriscono come il trauma collettivo si sia trasformato in culto.
Il film funziona soprattutto quando mette in discussione l’idea stessa di civiltà. I personaggi, figli di un mondo già crollato, non cercano più di ricostruire ciò che è stato, ma di dare un senso nuovo — e spesso inquietante — a ciò che resta. In questo senso, Il tempio delle ossa è il capitolo più politico della saga: meno interessato al virus, più attento alle dinamiche di potere, al controllo delle informazioni e alla riscrittura della storia.
Nel complesso, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è un film inquietante e maturo, che chiude (o rilancia) la saga con uno sguardo più freddo e disilluso. Non spaventa tanto per ciò che mostra, quanto per ciò che suggerisce: che il vero lascito dell’apocalisse non sia il caos, ma l’abitudine all’orrore.























